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Roma – Negli ultimi anni, con una frequenza martellante sui social network e nelle piattaforme multimediali, il digiuno intermittente e l’autofagia sono stati presentati da influencer e contenuti virali come una sorta di miracolosa panacea biologica: un meccanismo attraverso il quale il corpo umano sarebbe capace di “divorare” autonomamente le cellule malate, prevenire il cancro o arrestare malattie neurodegenerative come l’Alzheimer. Molti di questi video chiamano in causa il biologo giapponese Yoshinori Ohsumi, Premio Nobel per la Medicina nel 2016, attribuendogli la paternità di fantomatiche “diete anticancro”. Ma dove finisce la realtà scientifica e dove comincia la disinformazione? Per fare definitiva chiarezza, distinguendo le evidenze cliniche dalle semplificazioni fuorvianti, abbiamo intervistato la dottoressa Valentina Pelliccia, giornalista e Communication Expert, autrice di una dettagliata disamina tra biologia cellulare, studi oncologici e comunicazione sanitaria.

Il Nobel a Yoshinori Ohsumi: biologia cellulare, non diete miracolose

Dottoressa Pelliccia, sui social l’autofagia viene spesso descritta come un metodo per sconfiggere tumori e Alzheimer attraverso il digiuno. Quanto c’è di vero?

«La scoperta scientifica è autentica, ma la sua interpretazione richiede grandissima attenzione. Yoshinori Ohsumi ha ricevuto il Premio Nobel per la Fisiologia o Medicina nel 2016 per aver chiarito alcuni meccanismi fondamentali dell’autofagia, un processo biologico attraverso il quale le cellule degradano e riciclano componenti intracellulari. Si tratta di una scoperta straordinaria, che ha aperto nuove prospettive nella comprensione dell’invecchiamento, delle malattie neurodegenerative e dei tumori. Tuttavia, Ohsumi non ha scoperto una terapia contro il cancro o l’Alzheimer e non ha mai dimostrato che il digiuno possa guarire queste patologie. Confondere una fondamentale scoperta di biologia cellulare con un trattamento clinicamente efficace significa compiere un salto interpretativo che le evidenze scientifiche attuali non consentono».

Chi è esattamente Ohsumi e perché le sue ricerche hanno cambiato la storia della biologia?

«Yoshinori Ohsumi è un biologo cellulare giapponese, nato nel 1945, che ha dedicato la propria attività allo studio dei meccanismi di degradazione e riciclo intracellulare. All’inizio degli anni Novanta condusse esperimenti pionieristici sul lievito Saccharomyces cerevisiae, identificando i geni essenziali per il funzionamento dell’autofagia. Queste ricerche permisero di comprendere processi conservati nel corso dell’evoluzione e presenti anche nelle cellule umane. Il valore della sua scoperta risiede nell’aver spiegato come le cellule mantengano il proprio equilibrio, reagiscano alla carenza di nutrienti e gestiscano componenti danneggiati. Il riconoscimento del Nobel riguarda proprio questi meccanismi molecolari, non l’elaborazione di regimi dietetici».

Come funziona l’autofagia: pulizia cellulare e complessità tumorale

Che cosa accade realmente nelle nostre cellule durante l’autofagia? Possiamo considerarla un sistema naturale di pulizia?

«L’espressione “pulizia cellulare” può essere utile per divulgare il concetto, purché non venga interpretata in modo letterale o miracolistico. L’autofagia è un raffinato sistema di controllo della qualità e di riciclo dei componenti intracellulari. Nella macroautofagia, porzioni del citoplasma, proteine difettose o organelli esausti vengono racchiusi in vescicole a doppia membrana, gli autofagosomi, che si fondono con i lisosomi. Gli enzimi lisosomiali degradano il materiale e rendono disponibili molecole riutilizzabili. Questo processo contribuisce all’omeostasi cellulare e alla risposta agli stress. È fondamentale ribadire che l’autofagia non si attiva esclusivamente quando smettiamo di mangiare: esiste un’attività autofagica basale continuamente regolata dall’organismo».

È vero che durante il digiuno le cellule sane divorano quelle tumorali eliminandole?

«No. Questa narrazione social è totalmente priva di fondamento scientifico. L’autofagia consiste nella degradazione di componenti all’interno della stessa cellula, non in un processo attraverso cui le cellule sane aggrediscono selettivamente quelle cancerose. Inoltre, il rapporto tra autofagia e cancro è a doppio taglio. In condizioni fisiologiche, un’efficiente attività autofagica limita i danni cellulari che possono favorire la trasformazione neoplastica; ma quando un tumore è già sviluppato, le cellule cancerose possono sfruttare l’autofagia per sopravvivere alla scarsità di nutrienti, allo stress metabolico e perfino alle terapie chemioterapiche. L’autofagia svolge ruoli differenti a seconda dello stadio e del tipo di tumore: non esiste alcuna prova che il digiuno elimini selettivamente le cellule malate nell’uomo».

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Valter Longo, Franco Berrino e le differenze con il Metodo Di Bella

Quali differenze esistono tra gli studi molecolari di Ohsumi e le ricerche di Valter Longo sulla dieta mima-digiuno?

«I due scienziati operano su livelli conoscitivi differenti. Ohsumi ha identificato la genetica dell’autofagia cellulare. Valter Longo, biogerontologo di fama internazionale, ha indagato il rapporto tra nutrienti, invecchiamento e risposta allo stress, sviluppando protocolli di dieta mima-digiuno. Questa non è un digiuno totale, ma una restrizione calorica controllata che induce modificazioni metaboliche. Tuttavia, è essenziale distinguere gli effetti su specifici marcatori biologici dalla dimostrazione di benefici su esiti clinici primari come la sopravvivenza oncologica. Lo studio clinico DIRECT del 2020 su Nature Communications ha mostrato segnali interessanti in combinazione con la chemioterapia nel tumore al seno, ma non ha evidenziato una riduzione della tossicità complessiva né una risposta patologica completa generalizzabile. Occorrono ulteriori trial rigorosi».

E rispetto alle tesi epidemiologiche di Franco Berrino o alle teorie del Metodo Di Bella?

«Franco Berrino ha dedicato decenni all’epidemiologia della prevenzione attraverso stili di vita sani e intervalli di digiuno notturno, un approccio basato sulla prevenzione primaria globale (peso forma, attività fisica, niente fumo, screening). Con il Metodo Di Bella, invece, non vi è alcuna parentela: il multitrattamento Di Bella (a base di somatostatina, melatonina, retinoidi) non c’entrava nulla con il digiuno o l’autofagia, e le sperimentazioni cliniche del 1998 pubblicate sul British Medical Journal ne certificarono l’assenza di efficacia terapeutica».

Le ipotesi sull’Alzheimer e i pericoli del “fai-da-te”

Si parla molto anche di autofagia contro l’Alzheimer. Cosa sappiamo ad oggi?

«A livello biologico e preclinico sappiamo che l’autofagia partecipa allo smaltimento di proteine aggregate come beta-amiloide e tau. Tuttavia, nei pazienti umani non è affatto dimostrato che il digiuno intermittente prevenga la demenza o arresti l’Alzheimer. Mancano conferme cliniche definitive. Inoltre, non esiste alcuna soglia oraria universale: sostenere che l’autofagia “scatti” dopo sedici o ventiquattro ore è un’estrema semplificazione che non tiene conto delle differenze metaboliche individuali».

Quali sono i rischi concreti del digiuno fai-da-te, soprattutto per chi è già malato?

«I rischi possono essere severi. Nei malati oncologici una restrizione nutrizionale non supervisionata può innescare sarcopenia, perdita di massa magra e cachessia, peggiorando drasticamente la prognosi. Le linee guida internazionali ESPEN e ASCO raccomandano espressamente di non adottare restrizioni caloriche non controllate durante le terapie. Il digiuno è controindicato anche in persone con diabete farmacologico, soggetti fragili, donne in gravidanza e soggetti con disturbi alimentari. Non si deve mai confondere la speranza con la prova clinica, né sostituire i protocolli medici validati con pratiche empiriche diffuse online».

Nota editoriale: Il presente contenuto ha finalità puramente informative e divulgative e non sostituisce in alcun modo il parere o le prescrizioni del medico curante e degli specialisti oncologi e nutrizionisti.


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