#Finsubito news – quanto se ne mangia lo Stato?


Mentre nei supermercati italiani il prezzo dei pomodori insalatari vola a cifre record, toccando stabilmente i 3,50 euro al chilo (e punte di 4 euro per i grappoli selezionati), il dibattito pubblico si arena sui soliti luoghi comuni.

Si parla di eventi climatici estremi, di stress termico estivo che ha decimato le coltivazioni in serra e della speculazione della grande distribuzione.

Tutti fattori reali, documentati dai listini ISMEA di ottobre 2026.

Eppure, si ignora sistematicamente l’attore più ingombrante della filiera agroalimentare: lo Stato.

Analizzando i dati economici e fiscali aggiornati, emerge una realtà scioccante per le tasche dei cittadini.

Su ogni singolo chilo di pomodori che finisce nel carrello della spesa, l’Erario e gli enti previdenziali incassano una quota fissa di prelievo che supera di gran lunga i guadagni di chi la terra la zappa, la raccoglie o la trasporta.

Scopriamo nel dettaglio, passaggio dopo passaggio, come si compone questa muraglia fiscale tra tasse dirette, indirette, accise e contributi.

  1. Il contesto di ottobre 2026: dal campo allo scaffale

Le rilevazioni di ISMEA e delle Borse Merci di ottobre 2026 certificano un’impennata dei prezzi all’origine, attestati attorno a 2,10 euro al chilo per il pomodoro a grappolo, a causa del calo delle rese agricole.

Arrivato al supermercato, il prezzo finale al dettaglio tocca i 3,50 euro.

La differenza serve a coprire i costi vivi della logistica, del trasporto su gomma, della refrigerazione e della commercializzazione.

Ma all’interno di questo percorso si insinua una fitta rete di prelievi pubblici che colpiscono ogni singola fase del processo produttivo.

Non siamo di fronte a un singolo balzello, ma a una stratificazione di tributi che appesantiscono il prodotto prima ancora che veda la luce del punto vendita.

  1. Le imposte indirette: IVA, accise energetiche e logistica

Il primo livello di tassazione visibile è l’IVA al 4%, l’aliquota super-ridotta riservata ai beni alimentari di prima necessità.

Su un prezzo finale di 3,50 euro, l’IVA secca incassa direttamente 0,135 euro al chilo.

Tuttavia, l’imposizione indiretta vera si nasconde a monte, nei costi energetici e di trasporto che gravano sulla produzione.

  • Le accise sull’energia elettrica e gli oneri di sistema: Per coltivare in serra, pompare l’acqua d’irrigazione, alimentare le celle frigorifere dei centri di stoccaggio e illuminare i banchi della GDO, si consuma energia. Le accise erariali e i pesanti oneri di trasmissione (componenti ASOS e ARIM) incidono per circa 0,019 euro al chilo.
  • Le accise sul gasolio agricolo e per il trasporto: Un tir frigorifero che percorre centinaia di chilometri per portare i pomodori dai centri di produzione ai mercati generali consuma carburante. Al netto dei rimborsi previsti per l’autotrasporto professionale e delle agevolazioni sul gasolio UMA per i trattori, l’accisa netta incorporata nel trasporto di un chilo di pomodori vale circa 0,013 euro (0,0048 euro di matrice agricola e 0,0082 euro di logistica pesante).
  • Il contributo CONAI per gli imballaggi: Ogni cassetta di plastica o cartone e ogni film protettivo sconta il contributo ambientale obbligatorio, che appesantisce il costo industriale di circa 0,008 euro al chilo.

Pomodori, Immagine illustrativa

  1. Il macigno delle tasse dirette e del cuneo fiscale sul lavoro

La vera componente schiacciante della fiscalità non risiede nelle accise sui carburanti — spesso evocate ma marginali sul peso al chilo — bensì nel fattore lavoro e nella tassazione d’impresa.

L’agricoltura intensiva, la selezione nei magazzini, la guida dei mezzi pesanti e la gestione dei punti vendita sono attività ad altissima intensità di manodopera (labour-intensive).

Su un valore netto di filiera di 3,365 euro, la voce del costo del lavoro assorbe circa 1,35 euro al chilo.

In Italia, tra i contributi previdenziali e assistenziali obbligatori (INPS e INAIL) e le ritenute fiscali dirette (IRPEF e addizionali), il cuneo fiscale e contributivo divora circa il 43% del costo aziendale del lavoro:

  • Fase Agricola (raccolta e coltivazione): I contributi e le ritenute sui salari dei braccianti e degli operai agricoli pesano per 0,210 euro al chilo.
  • Fase Logistica, Magazzino e Autotrasporto: Il prelievo fiscale e previdenziale sugli addetti alla movimentazione e alla guida incide per 0,148 euro al chilo.
  • Fase GDO (addetti alla vendita e scaffalisti): La fiscalità sul lavoro dipendente nei supermercati vale 0,222 euro al chilo.
  • Totale del cuneo fiscale sul lavoro: 0,580 euro al chilo.

A ciò si aggiungono le imposte dirette sui redditi d’impresa e sui patrimoni immobiliari (IRES al 24%, IRAP regionale, IMU e TARI sui capannoni logistici, sui centri di distribuzione e sui supermercati, oltre alla tassazione catastale agricola), che incidono per circa 0,180 euro al chilo.

  1. Il bilancio finale: quanto prende lo Stato del prezzo dei pomodori?

Mettendo in fila tutti i tasselli della fiscalità diretta, indiretta e contributiva, arriviamo alla risposta definitiva.

Su un prezzo di 3,50 euro al chilo pagato dai consumatori nell’ottobre 2026, l’ammontare complessivo incassato dallo Stato e dagli enti pubblici è pari a 0,937 euro.

Ciò significa che il 26,8% del prezzo finale della nostra insalata è puro prelievo pubblico.

Voce di prelievo pubblico Importo al chilo Incidenza percentuale sul prezzo finale
Cuneo fiscale e contributivo sul lavoro 0,580 € 16,57%
Imposte dirette d’impresa (IRES, IMU, IRAP) 0,180 € 5,14%
IVA finale al dettaglio (4%) 0,135 € 3,86%
Accise energia, oneri di sistema e CONAI 0,029 € 0,83%
Accise nette sul gasolio (agricolo e tir) 0,013 € 0,37%
TOTALE PRELIEVO PUBBLICO (Stato ed Enti) 0,937 € 26,77%

Il dato più emblematico di questa analisi economica risiede nel confronto con i margini reali degli operatori commerciali.

Sommando i guadagni netti dell’agricoltore, del trasportatore e del supermercato, l’utile netto cumulato dell’intera filiera si ferma a 0,330 euro al chilo (il 9,4% del totale).

In sintesi, lo Stato italiano incassa quasi il triplo (0,937 euro) rispetto a ciò che rimane in tasca, come profitto netto, a tutti gli attori che hanno reso possibile la produzione e la vendita del pomodoro (0,330 euro).

Quando un bene di prima necessità subisce tensioni inflattive, il problema strutturale non risiede soltanto nelle bizze del clima o nella filiera, ma in una pressione tributaria che dissangua l’economia reale e impoverisce il potere d’acquisto delle famiglie. E non abbiamo conteggiato il peso del mostro burocratico di vincoli e controlli che colpisce la nostra agricoltura.

Una conseguenza non secondaria vi è quando i costi del trasporto  crescono, come per i prodott del sud, la parte per lo stato rimane intoccata, per cui o si tagliano gli utili, o si paga di meno la materia prima.

Quindi si può giustamente maledire il prezzo del petrolio e del gasolio, ma è sempre lo stato che si prende la parte maggiore del valore dei nostri pomodori.

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