A Pozzilli ormai non serve più un cronoprogramma industriale. Servirebbe un calendario perpetuo, di quelli che girano le pagine senza mai cambiare stagione. Perché qui le date si annunciano, si celebrano, si avvicinano e poi, con una disinvoltura che ha del prodigioso, scivolano nel passato. E con loro scivolano anche le speranze di decine di lavoratori, costretti da anni a vivere in quel limbo dove il futuro è sempre dietro l’angolo, ma l’angolo non si raggiunge mai.
L’ultima puntata della saga ex Unilever-P2P porta la firma di Vittorio Civitillo. Nell’incontro di settembre a Pozzilli, l’amministratore delegato di Seri Industrial aveva annunciato che la strada fosse ormai praticamente spianata: determina di concessione delle agevolazioni emanata, adempimenti sostanzialmente superati, restava da firmare il contratto di finanziamento con Invitalia. E il calendario, ancora una volta, veniva chiamato a testimoniare l’ottimismo: entro la prima metà di ottobre, si sarebbe dovuto chiudere l’iter.
Bene. Anzi, benissimo. Peccato che le dichiarazioni non siano contratti, le rassicurazioni non siano bonifici e le conferenze stampa non producano, da sole, nemmeno un granulo di plastica riciclata.
Il 15 ottobre è passato. E allora la domanda è semplice, quasi banale, certamente scomoda: il contratto di finanziamento è stato firmato oppure no?
Non servono altre formule solenni, né l’ennesimo giro di parole intorno a un progetto che promette di trasformare un impianto fermo in un polo industriale all’avanguardia. Serve un documento. Una data certa. Una comunicazione ufficiale. Insomma, quella trasparenza che dovrebbe essere il minimo sindacale quando in gioco ci sono risorse pubbliche, impegni industriali e il destino di decine di famiglie.
Perché il punto non è contestare a prescindere un progetto che, se realizzato, potrebbe rappresentare un’opportunità concreta per il territorio. Il punto è capire perché, dopo anni di annunci, ostacoli amministrativi, verifiche, revisioni e rassicurazioni, si debba ancora procedere a colpi di fiducia, senza che ogni passaggio decisivo sia accompagnato da informazioni verificabili.
A luglio è arrivato il via libera di Invitalia. Ad agosto è stata annunciata la fase operativa. A settembre si parlava di un iter ormai prossimo alla conclusione. E adesso? Qual è il punto esatto della situazione? Quale adempimento manca, se ne manca uno? E soprattutto: quali conseguenze produce questo ritardo sul calendario industriale e occupazionale?
Domande legittime. Non sabotaggi, non gufate, non attacchi al rilancio del Molise. Domande. Quelle che dovrebbero porre per primi coloro che hanno davvero a cuore il destino di Pozzilli.
Il grande spettacolo delle rassicurazioni
Nel frattempo, la vicenda sembra essersi trasformata in una rappresentazione a puntate: ogni episodio promette la svolta definitiva, ogni finale rimanda all’episodio successivo. Il titolo potrebbe essere Aspettando il finanziamento, con un sottotitolo ancora più crudele: Aspettando che qualcuno ci mostri le carte.
E mentre si discute di atti, condizioni e passaggi formali, i lavoratori restano sospesi fra un progetto industriale annunciato e una realtà che ancora non offre tutte le certezze necessarie. Per loro non esistono rinvii innocui. Esistono stipendi, ammortizzatori sociali, famiglie, mutui e anni di vita trascorsi nell’incertezza.
È qui che l’ottimismo istituzionale rischia di diventare una forma di crudeltà involontaria: quando viene ripetuto così tante volte da sembrare un risultato, mentre il risultato vero deve ancora essere dimostrato.
E sia chiaro: non si pretende che un investimento di oltre cento milioni di euro si realizzi schioccando le dita. La complessità burocratica e finanziaria è reale. Ma proprio perché il progetto è complesso, sarebbe opportuno abbandonare la politica dei proclami e adottare quella dei documenti, delle scadenze rispettate e degli aggiornamenti puntuali.
Anche perché le cifre in ballo non sono bruscolini. Il piano di riconversione prevede importanti agevolazioni pubbliche, un nuovo impianto per il recupero della plastica e il reinserimento delle maestranze. Tutto molto ambizioso, tutto potenzialmente utile. Ma fra una presentazione e una fabbrica che produce c’è una differenza che non può essere colmata con una conferenza stampa.
Sindacati: la fiducia non è una cambiale in bianco
E veniamo al capitolo sindacale, che merita altrettanta chiarezza.
Quale strategia stanno perseguendo le diverse organizzazioni? Quali garanzie concrete hanno ottenuto? Quali condizioni sono state messe nero su bianco per tutelare i lavoratori durante il passaggio da Unilever a P2P? E quali sono le risposte che intendono dare se le scadenze annunciate non vengono rispettate?
Non basta dichiararsi soddisfatti di un incontro, né presentare come un successo una rassicurazione aziendale. Il sindacato esiste per negoziare garanzie, verificare impegni e difendere gli interessi dei lavoratori, non per trasformare l’attesa in una virtù e il dubbio in una colpa.
Se alcuni sindacati ritengono che la strada intrapresa sia quella giusta, hanno tutto il diritto di sostenerla. Ma hanno anche il dovere di spiegare ai lavoratori su quali atti fondino la propria fiducia, quali rischi abbiano valutato e quali tutele siano state effettivamente concordate.
La fiducia, quando riguarda il lavoro e il futuro delle persone, non può essere una cambiale in bianco. E il silenzio non è una strategia industriale.
Unilever accelera, Pozzilli aspetta
Intanto, sul fronte Unilever, si discute del futuro immediato dei lavoratori, delle possibilità di ricollocamento in altri stabilimenti e delle condizioni del passaggio alla nuova società. Nei giorni scorsi, l’azienda ha invitato i dipendenti a trasferirsi temporaneamente, per alcuni mesi, nello stabilimento di Casalpusterlengo, ma l’iniziativa ha raccolto poche adesioni. Si tratta di una fase particolarmente delicata, che richiede la massima trasparenza e garanzie precise per tutti i lavoratori coinvolti.
Perché qui non si tratta semplicemente di trasferire personale da una casella societaria a un’altra. Si tratta di accompagnare lavoratori che da anni attendono una prospettiva concreta, evitando che l’urgenza delle aziende finisca per prevalere sulla necessità di proteggere diritti, condizioni contrattuali e continuità occupazionale.
Le trattative possono essere complesse. Le esigenze industriali possono divergere. Ma proprio per questo occorre sapere quali condizioni vengano proposte, quali siano state accettate e quali restino ancora da definire.
Altrimenti il rischio è che, mentre ciascuno rivendica di lavorare per il bene dei lavoratori, siano proprio questi ultimi a ritrovarsi con meno certezze di tutti.
E sarebbe il paradosso più amaro di questa vicenda: un progetto nato per restituire un futuro industriale a Pozzilli che finisse per chiedere ai suoi protagonisti principali, gli operai, un’altra interminabile prova di pazienza.
E adesso, signori, basta trailer: vogliamo vedere il film
La domanda finale non ha bisogno di effetti speciali.
Che cosa manca davvero per chiudere la partita con Invitalia? Il contratto di finanziamento è stato sottoscritto? Se sì, perché non comunicarlo chiaramente? Se no, quali ostacoli restano e quali sono i tempi realistici per superarli?
E ancora: il cronoprogramma industriale è confermato? Il passaggio dei lavoratori previsto dal 1° gennaio 2027 resta sostenibile alla luce dello stato effettivo dell’iter? Quali garanzie sono disponibili oggi, non quelle promesse ieri o ipotizzate domani?
Non sono domande ostili. Sono il conto che la realtà presenta alla propaganda dell’ottimismo.
Civitillo, le istituzioni, Invitalia e le organizzazioni sindacali hanno ciascuno un ruolo diverso, ma tutti devono contribuire a fare chiarezza. Nessuno può pretendere che i lavoratori continuino a vivere di anticipazioni, interpretazioni e rassicurazioni a scadenza.
Perché Pozzilli non ha bisogno di un’altra puntata della telenovela. Non ha bisogno di un nuovo annuncio sul fatto che ormai manchi soltanto un ultimo passaggio, né dell’ennesima data destinata a diventare materia d’archivio.
Ha bisogno di atti pubblici, tempi credibili, responsabilità riconoscibili e posti di lavoro reali.
Il resto è teatro. E dopo anni di attesa, il pubblico ha già pagato abbastanza il biglietto.
La parola Fine, dunque, quando arriverà?
Non quando qualcuno avrà trovato la formula più rassicurante per annunciarla. Non quando sarà convocata l’ennesima riunione. E nemmeno quando un nuovo calendario indicherà una nuova scadenza.
Arriverà quando gli impegni saranno documentati, i finanziamenti perfezionati, le garanzie occupazionali definite e lo stabilimento tornerà a essere davvero un luogo di lavoro, non il fondale di una promessa industriale perennemente in allestimento.
Fino ad allora, a Pozzilli, il sole può anche essere annunciato ogni mattina.
Ma sarebbe ora che, una buona volta, sorgesse davvero.
A cura di Maurizio Varriano.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
