#Finsubito news – Conservazione architettonica: tra tradizione e innovazione nel progetto | Articoli



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Il principio del “Dov’era e Com’era” riapre il confronto sul rapporto tra conservazione, autenticità e innovazione nel progetto di architettura. In risposta all’editoriale di Andrea Dari, Marcello Balzani propone una riflessione sul significato della tradizione e sul ruolo del progetto nel rapporto con le preesistenze. Tra memoria, trasformazione e rigenerazione, emerge la necessità di interpretare il patrimonio costruito senza ridurre la conservazione a una ripetizione del passato, ma riconoscendola come un processo critico capace di confrontarsi con il cambiamento.


Finalità conservativa o risoluzione del conflitto

Può sembrare strano ma termini apparentemente opposti (o forse solo parzialmente complementari) come tradizione e innovazione trovano un fertile terreno di attecchimento e di prova di coesistenza proprio nell’azione progettuale sullo spazio costruito e maggiormente quando il contesto è storico. Anche l’innovazione è un tentativo di delimitazione, uno sforzo teso e compiuto di definire un confine. Da un punto di vista epistemologico si potrebbe dire che si traccia un perimetro, si pianta una palizzata, si erige un muro proprio con l’intento di oltrepassarli.

Una finalità conservativa coerente e consapevole non è rappresentata dal mero confine, come spesso si fraintende pensando al vincolo di tutela, ma dallo sforzo di compiere quel salto
con un comportamento che non neghi il valore del punto di partenza, descriva l’energia in atto, si completi nella risoluzione del conflitto.

Innovazione e darwinismo tecnologico

L’innovazione determina allora un’originalità d’azione ricchissima di una potenzialità immaginativa particolare, perché richiede un modello ontologicamente formato da categorie come sistema, struttura e organizzazione. Ma si deve distinguere tra invenzione e innovazione, perché non tutte le invenzioni conducono all’innovazione (Joseph Alois Schumpeter) e ai suoi paradossi (Salvatore Settis, Se Venezia muore, 2014). Come se si venisse a delineare tra i processi e i comportamenti attivi nella dinamica delle invenzioni un darwinismo tecnologico: una selezione alla sopravvivenza capace di lasciar crescere e sviluppare solo le invenzioni più “adatte alle esigenze dell’innovazione” (Maldonado).

Tradizioni e protezionismo del mercato

Ma forse non è così e la sopravvivenza del più adatto costituisce un’immagine di coerenza a posteriori che sfrutta il positivismo ottocentesco, mentre nella logica della permanenza il riferimento (coerente o meno) al grado di reinterpretazione storica, attraverso l’inserimento del passato nel presente, come scrive Carlo Prandi (vedi Tradizioni, in “Enciclopedia Einaudi”, 1981), non è banale. Perché se da un lato per oltrepassare quel limite culturalmente autoimposto si deve disegnare un proprio itinerario tecnologico (Luke Georghiou), dall’altro si deve anche prendere in considerazione l’ipotesi che gli esiti non siano scontati.

Nel settore dell’edilizia e dell’architettura le vere innovazioni sono sempre state poche e raramente di successo estensivo. Il processo costruttivo è qualcosa di fortemente tradizionale e di aderente a logiche tendenzialmente conservative
(ma sarebbe meglio dire in questo caso protezionistiche) indotte dalla filiera lunga delle costruzioni che iberna investimenti e interessi per un lasso di tempo molto esteso: dal bisogno di attribuzione del titolo urbanistico fino alla vendita e all’utilizzo del prodotto edilizio. Nuovi materiali e nuovi processi edilizi aprono solo qualche porta del corridoio tecnologico: permettono di far attecchire temporaneamente un grado di innovazione potenziale, ma non incidono radicalmente sulla catena dei valori e di interesse che formatta il lentissimo rigenerarsi del processo edilizio.

Compatibilità, reversibilità e capacità predittiva

Nell’ambito dell’intervento sul contesto storico l’inserimento del passato nel presente (e viceversa se si passa dal progetto alla realizzazione), richiede ad esempio nei componenti una compatibilità materica e una coerenza non solo chimico-fisica-meccanica ma estetico-formale e soprattutto verificata nell’invecchiamento e nel ciclo manutentivo. Un confine che la ricerca tenta di oltrepassare con un approccio diagnostico e prevalutativo sui livelli di compatibilità di requisiti e prestazioni, cercando di comprendere e di descrivere il potenziale estensivo insito in un’azione diffusa di riuso e recupero. Funzioni predittive e strategie reversibili poi divengono sempre più utilizzate, soprattutto con l’integrazione sensoristica e l’interfaccia BIM e HBIM, sfruttando il potenziale di piattaforme di visualizzazione.

Andamento dei prodotti per il recupero e la conservazione

Forse il campo d’azione (che poi è adatto a contenere al suo interno molti gadgets innovativi senza essere esso stesso disponibile ad innovarsi) è storicamente aggrappato al passato da apparire già fatto prima ancora di realizzarsi sul nuovo. Esiste quindi una vocazione conservativa
(essenziale per l’esistenza stessa del mercato delle costruzioni) che richiede di essere compresa prima di essere scavalcata. Una conservazione tutta particolare, in quanto non è sempre volta a mantenere e a proteggere il buono o la testimonianza. Piuttosto sembra un tentativo conservativo che si esprime con una visione tradizionale, ultimamente molto amplificata dall’assenza sistematica di progettualità.

Se si valuta, ad esempio, l’andamento del mercato dei prodotti da costruzione appare evidente come quelli tecnici stiano avendo più successo di quelli pesanti e di come la tendenza non sia sono un effetto della crisi quantitativa del mercato, ma di una trasformazione del processo edilizio, che appare più delineata nel cantiere che nella fase progettuale. L’innovazione, quasi per assurdo, attraversa il mercato con maggior forza quando si tratta del rapporto con l’esistente, dove le tecnologie di protezione e sicurezza antisismica, di consolidamento e risanamento, di integrazione impiantistica e di riqualificazione energetica cercano di offrire risposte coerenti a domande spesso ancora troppo
spontanee
dettate da soluzioni intuitive e non codificate secondo protocolli e linee guida. Tutto ciò mentre il “tradizionale”, che non ha nulla a che vedere con quanto la “tradizione” aveva tramandato nei secoli attraverso i magisteri d’opera, non trova più spazio nel rapporto di domanda/offerta ed entra progressivamente a far parte di un patrimonio obsoleto da rigenerare.

Il rapporto architettura/preesistenze definisce quindi una relazione che mette in luce non solo la dimensione storico-progettuale, ma attualizza, più di quanto potesse apparire, anche la dimensione dell’innovazione tecnologica.

L’invariante necessaria

La tradizione “al pari del linguaggio, si presenta come una particolare istituzione su cui la società, ogni società, «scorre» anche quando pone in atto i processi innovatori più radicali. Essa infatti, per chi la vive dall’interno, costituisce sovente un dato di «natura», un limite costitutivo dell’esistenza umana al di sotto del quale non v’è possibilità di sopravvivenza culturale” (Prandi). Ed è interessante questa immagine di compresenza attiva, complementare, incessante: l’architettura costituisce un esempio evidente del nastro trasportatore in cui si innestano processi di trasformazione. Avviene nel territorio con le metamorfosi urbanistiche come avviene sul patrimonio edilizio attraverso il tentativo (a volte fintamente protezionistico) del vincolo.

Quando si gioca con il termine tradizione c’è sempre qualcosa di diversamente significativo, come se le cose (nell’intimo della parola come dell’istituzione sociale che rappresenta) non fossero sempre quelle che appaiono. Infatti, se si considera l’etimologia, è un termine doppio se non triplo (Massimo Leone). Da un lato è una consegna. Un passaggio di contenuti, un insegnamento (Cicerone) o un racconto (Quintilliano), oggi diremmo una narrazione. Ed è interessante come la traditio scelga per compiersi un passaggio o un oltre-passaggio così simile all’azione innovativa. Un passaggio che per Tacito (ed è comunque straordinario dichiararlo ancor oggi) “implica in ogni caso un’invariante: un passaggio di un insieme di dati culturali (in senso antropologico) da un antecedente a un conseguente che possono configurarsi come famiglie, gruppi, generazioni, classi o società” (Prandi).

L’invariante costituisce qualcosa di necessario, si pensi in architettura all’interpretazione del rapporto tipologico/tecnologico che è stata (e forse lo è ancora) così parte attiva del dibattito critico all’interno delle scuole di restauro e di progettazione architettonica.

Compiere un tradimento?

Ma nel verbo tradere
e nel sostantivo traditio si innestano e consolidano anche altri significati. Ad esempio quello del tradimento. Perché agire con la tradizione significa trasmettere un significato o un processo culturale, tecnologico e costruttivo a qualcuno che può essere (dato che viene dopo di noi) anche ostilmente passivo o potenzialmente indifferente. Nel processo edilizio e nell’architettura il passaggio non è solo di rito o di memoria ma è anche costruttivo, materialmente identificabile, connesso alla volontà di rendere ereditabile un valore culturale immobilizzato: appartiene ad una categoria complessa del linguaggio sociale e culturale.

Ripetizione steoreotipata o progetto?

Quando il conflitto con le preesistenze è latente oppure viene negata una risoluzione che apre al progetto alcune “tradizioni” vengono conservate fino alla ripetizione steoreotipata: Émile Durkheim ha creato al proposito, per definire la problematica, la categoria dell’anomia cronica.

Il passaggio richiede una traduzione per non essere tradente o per esserlo meno possibile, dato che spesso le tradizioni assumono un’insopportabile significato come se venissero enunciate da una lingua aliena (Massimo Leone). Il traduttore/traditore,
quindi, non compie qualcosa di negativo ma mette in luce la problematicità del passaggio e, in qualche modo, lo scatena. Lo sforzo è quello di trasmettere significati, anche se saranno travisati (o falsati) rispetto al senso di originalità, che si innesca con la necessità di cambiamento, sviluppo e trasformazione. Si pensi al ruolo del progetto quando si compie un restauro, un recupero, un riuso, una riqualificazione: sono tutte declinazioni traduttive del passato nel presente, che possono essere definite e criticamente valutate (Riccardo Dalla Negra).

Autentico e identitario

Inoltre si apre il dibattito su ciò che è autentico (non si sa bene rispetto a cosa) e su ciò che non lo è o non lo è più già da un pezzo. Come scrive Andrea Bruno
dal punto di osservazione del progettista, l’assenza di neutralità nella ricerca dell’autenticità offre molte chiavi di lettura e cerca di far emergere il significato della storia e il valore della testimonianza: la domanda, citata in apertura di paragrafo, sull’innovazione prodotta da una partogenetica senza linguaggio di Tomás Maldonado ne è un esempio. Il tutto attecchisce sempre su qualcosa e non è certo l’azione protettiva della dichiarazione identitaria sugli statuti della tradizione ad aiutare il mondo. A questo proposito il termine identità, con il contributo di sociologi ed antropologi (Zygmunt Bauman, Marc Augé, François Laplantine, Amin Maalouf), sta fortemente modificando il suo significato. La specificità culturale (individuale o di un prodotto) è sempre una combinazione meticcia, costituita di particolarismi ma anche di oblii. Una posizione, quest’ultima di François Laplantine, che appare particolarmente interessante perché viene incontro, ancora una volta, alla vocazione innovativa di una reinterpretazione del significato conservativo capace di connettere la tradizione alla tematica identitaria. È una reinterpretazione che chiede di tradire
per innovare (citando Plutarco).

Perdita e rigenerazione

Le condizioni attuali sembrano chiedere, inoltre, di riscrivere il presente. Non è (solo) un’azione presentista (François Hartog) con i propri regimi di storicità, quanto un bisogno diffuso di una nuova narrazione, di un nuovo racconto. Cito a questo proposito il breve ma illuminante saggio di Judith Butler “Perdita o rigenerazione. Ambiente, arte, politica”, pubblicato da Marsilio nel 2023 e tradotto da Isabella Pasqualetto. Le forze distruttive, che incessantemente appaiono prendere il sopravvento, e la catastrofe climatica, creano una costante sensazione (percezione) di perdita
(non solo di patrimonio culturale e ambientale, ma anche di vite e di memorie). Il cambiamento è e sarà inevitabile. Forse una nuova modalità di interpretare il rapporto con il conflitto (o con i conflitti), può creare (o ricreare) il bisogno di un mondo condiviso, capace anche di “rendere tollerabile l’intollerabile” e di comprendere (accettare) che il transitorio
si ripeta più e più volte. La creazione artistica e la conservazione (come azione progettuale comunque innovativa) costituiscono una strategia per risolvere un conflitto (storico e culturale). Una strategia che la specie umana ha utilizzato da almeno seimila anni e di cui l’Italia è maestra. Forse non si risolverà il conflitto ma è importante “entrarci in relazione, conviverci, esaminarne i contorni, le consistenze, riflettere sui meccanismi e metodi che gli consentono di perpetuarsi”, scrive Judith Butler. La rigenerazione deve creare spazi di appartenenza che possano esprimersi come esercizi di libertà collettiva.


Conservazione, identità e trasformazione dell’architettura | Riflessioni a confronto
La riflessione di Marcello Balzani si inserisce nel confronto aperto su INGENIO dall’editoriale di Andrea Dari sul principio del «com’era, dov’era», al quale ha contribuito anche Massimo Mariani con un approfondimento sul valore della conservazione preventiva e della continuità materiale dell’architettura.
◾ Andrea Dari – Com’era, dov’era: il paradosso dell’identità tra conservazione e trasformazione
◾ Massimo Mariani – Conservare significa garantire la continuità dell’architettura


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