#Finsubito news – L’additivo per il gasolio, le finte sedi all’estero e lo studio a Rapallo: scoperta maxi frode da 15 milioni


Importavano e commercializzavano additivi per carburanti attraverso società formalmente estere, ma di fatto amministrate dall’Italia, sottraendo al Fisco accise, Iva e altre imposte per oltre 15 milioni di euro.

È quanto emerso dall’operazione “Improver”, condotta dai funzionari dell’Ufficio antifrode dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli della Liguria, con il supporto della Direzione territoriale Emilia-Romagna e Marche e sotto il coordinamento della Procura della Repubblica di Genova.

Un’indagine durata oltre un anno

Le indagini si sono protratte per più di un anno e hanno richiesto un’articolata attività investigativa. Sono state intercettate otto utenze telefoniche, analizzate oltre 300mila operazioni bancarie ed effettuati numerosi appostamenti e pedinamenti in diverse regioni del Nord Italia.

L’attività ha portato anche alla perquisizione di sei abitazioni e quattro uffici, nonché al sequestro di 16 dispositivi elettronici, sottoposti ad analisi per acquisire ulteriori elementi utili alle indagini. Coinvolte anche le autorità fiscali di otto Stati membri dell’Unione europea.

Tre società, due delle quali solo sulla carta

Gli investigatori hanno ricostruito l’esistenza di un’articolata associazione per delinquere, organizzata in Italia e con il centro operativo nel Tigullio. Il gruppo operava attraverso tre società: una con sede in Italia e altre due formalmente stabilite nel Regno Unito e in Svizzera.

Secondo quanto emerso dagli accertamenti, le due società estere sarebbero state prive di una reale struttura operativa nei rispettivi Paesi e amministrate, di fatto, dall’Italia. Dal territorio nazionale sarebbero state assunte tutte le decisioni gestionali, comprese quelle di dettaglio, e sarebbero stati curati i rapporti bancari e la contabilità.

L’attività del gruppo sarebbe stata finalizzata principalmente all’evasione dell’accisa e dell’Iva e, in misura minore, al contrabbando attraverso l’indebito ricorso al plafond Iva.

Il percorso della merce e il trucco dei documenti

Le merci, acquistate in altri Stati membri dell’Unione europea e destinate a essere impiegate come carburanti, sarebbero state introdotte in Italia utilizzando documenti commerciali e di trasporto contraffatti, allo scopo di occultare la reale natura dei prodotti.

Come luogo di consegna veniva indicata una sede a Rapallo, presso lo studio di un noto commercialista del posto. Si trattava, tuttavia, di un recapito non idoneo a ricevere autocisterne contenenti prodotti pericolosi: secondo la ricostruzione investigativa, la merce non sarebbe mai transitata da lì, ma sarebbe stata consegnata direttamente ai destinatari finali, evitando il pagamento dell’accisa.

Le indagini hanno documentato, nel periodo tra il 2021 e il 2025, acquisti di prodotti chimici per 15,1 milioni di euro, corrispondenti a circa 9.300 tonnellate di cui oltre la metà costituita da un unico composto, il 2-etilesilnitrato (2-EHN).

Dalla fase internazionale alla distribuzione nazionale

Secondo gli investigatori, il meccanismo si articolava in due fasi distinte. Nella prima fase, definita “internazionale”, i prodotti venivano acquistati da produttori comunitari oppure importati e trasportati in Italia con la sola denominazione chimica. In questo modo, venivano presentati come sostanze a libera circolazione, non soggette ad accisa.

Nei documenti, la consegna risultava destinata alla sede di Rapallo, che avrebbe dovuto fungere da punto di riferimento per il gruppo.

Nella successiva fase “nazionale”, gli automezzi proseguivano invece direttamente verso le destinazioni effettive, principalmente depositi, utilizzando documenti di trasporto interno predisposti in anticipo dai committenti.

In questi documenti figurava come mittente la società italiana, mentre il prodotto veniva indicato come “cetane improver”, un additivo utilizzato per aumentare il numero di cetano del gasolio e soggetto ad accisa in quanto destinato all’impiego come carburante.

L’obiettivo sarebbe stato duplice: qualificare formalmente la merce come additivo per carburanti e, contemporaneamente, interrompere la tracciabilità del suo effettivo percorso internazionale. Ai destinatari finali il prodotto veniva così presentato come proveniente da un operatore nazionale, apparentemente in regola con gli obblighi fiscali.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, il sistema avrebbe consentito di sottrarre al Fisco accise per circa 6,7 milioni di euro. A questa somma si aggiungono circa 8,1 milioni di euro di Iva evasa, oltre alle imposte dirette e all’Irap dovute sui redditi prodotti dalle tre società.

Il ricorso illecito al plafond Iva

Un ulteriore filone investigativo ha riguardato il presunto contrabbando realizzato attraverso la società italiana.

Il ramo nazionale del gruppo avrebbe attestato falsamente la propria qualifica di esportatore abituale, presentando dichiarazioni non veritiere allegate alla documentazione doganale per beneficiare di un plafond Iva mai costituito.

Il sistema avrebbe così permesso di evitare il pagamento dell’Iva dovuta al momento dell’importazione, per un importo quantificato in circa 217mila euro.

Cinque ipotesi di reato e misure cautelari per tre persone

Agli indagati vengono contestate cinque ipotesi di reato: associazione per delinquere, contrabbando aggravato continuato, falsità ideologica commessa da privato in atto pubblico, dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici e mediante uso di fatture per operazioni inesistenti, nonché sottrazione all’accertamento e al pagamento dell’accisa sui prodotti energetici. Le contestazioni sono aggravate dalla transnazionalità.

Su richiesta della Procura della Repubblica, il Gip del Tribunale di Genova ha disposto l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria per i tre principali indagati. Tra loro figura un professionista iscritto all’Ordine dei Commercialisti, titolare della rappresentanza fiscale in Italia delle due società formalmente stabilite all’estero.

Secondo gli investigatori, sarebbe stato proprio il commercialista a occuparsi della gestione operativa del gruppo.

Sequestri per oltre 15 milioni di euro

Il Gip ha inoltre disposto il sequestro preventivo, finalizzato alla confisca, delle disponibilità delle tre società coinvolte, per importi indicati in misura di poco superiore a 15 milioni di euro per ciascuna società.


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