In base ai dati dell’osservatorio prezzi del Mimit al self sulle strade il prezzo medio del diesel è di 2,252 euro l litro rispetto a 2,035 euro della benzina. Perché questo divario?
Il gasolio è il carburante principale per i camion gli autobus l’agricoltura e la pesca e sempre meno per le auto. In Italia ne consumiamo circa 28,3 miliardi di litri di gasolio all’anno, più del doppio rispetto ai consumi di benzina. Ma quanto costa? Più della verde. In base ai dati dell’osservatorio prezzi del Mimit oggi, 14 ottobre, al self sulle strade il prezzo medio del diesel è di 2,252 euro l litro rispetto a 2,035 euro della benzina. Perché questo divario?
L’allineamento delle accise
Il primo motivo del «sorpasso» sono state le famose accise, cioè le imposte che gravano cui carburanti e sulle quali non c’è più lo sconto dello Stato, terminato qualche giorno fa. Ebbene, queste accise a inizio anno sono aumentate. Con la Legge di Bilancio, in vigore dal primo gennaio 2026, è entrata in vigore la riforma che prevede il riallineamento delle accise tra benzina e diesel che ha portato l’imposta a un livello identico (672,90 euro per 1.000 litri), quindi una riduzione di 4,05 centesimi di euro al litro per la benzina e un aumento di tale importo sul diesel. Già il 4 gennaio 2026 l’inversione si è completata: il diesel è salito a 1,672 euro superando 1,656 euro della benzina. L’allineamento è stato deciso perché lo imponeva una disposizione della Ue in quanto l’aliquota più bassa di cui godeva il gasolio era considerata un «sussidio dannoso dell’ambiente», essendo il gasolio più inquinante della benzina.
La componente bio
Sempre da gennaio di quest’anno le nuove normative hanno aumentato la quota obbligatoria di biocarburanti (qui che cosa sono) da miscelare ai carburanti tradizionali, un’operazione che incide per circa 1,5-2 centesimi in più al litro proprio sul comparto diesel. In base a quanto calcolato dalla Staffetta Quotidiana su dati di fonti di mercato, l’aumento è tra 15 e 20 euro per mille litri (1,5-2 centesimi al litro). Il rincaro è legato all’aumento della quota obbligatoria che nell’anno di immissione in consumo 2026 è salito al 12,6% rispetto all’11,7 del 2025. L’obbligo deriva dalla direttiva RED (Renewable Energy Directive) che nel tempo ha portato a una significativa penetrazione dei biocarburanti nei combustibili tradizionali.
I costi di raffinazione
Poi ci sono i costi di produzione, cioè la raffinazione del greggio. Il gasolio è un raffinato più complesso e costoso da produrre rispetto alla benzina perché il processo richiede più energia e circa il 50% in più di petrolio. Inoltre, a causa della carenza di gasolio i margini di raffinazione (i guadagni dei produttori che sono costi in più per i consumatori) sono saliti.
Ma a questi motivi, che hanno causato un aumento strutturale dei prezzi del gasolio nell’ordine di qualche centesimo di euro, i prezzi al distributori da febbraio sono schizzati molto di più. E questo perché ai motivi strutturali se ne sono aggiunti due più di peso: le guerre.
L’export del Golfo da Hormuz
Nel 2025, secondo i dati forniti dalla società di analisi Kpler, venivano esportati sul mercato globale circa 6,8 milioni di barili di gasolio al giorno. L’export rappresenta circa un quarto del consumo globale totale di gasolio. Nel settembre 2026, le esportazioni globali erano scese a 5,8 milioni di barili al giorno, con un calo di circa un milione di barili al giorno. E questo perché un quarto del gasolio venduto nel mondo passava da Hormuz, prima dello scoppio del conflitto regionale a fine febbraio 2026: circa 1,4 milioni di barili al giorno. «Secondo le nostre stime – analizza Matteo Villa dell’Ispi – il maggior rincaro del diesel rispetto alla benzina dipende per il 30% dagli attacchi ucraini alle raffinerie russe e per il 70% dalla crisi nel Golfo, mentre il rincaro della benzina è interamente riconducibile alla crisi nel Golfo. Facendo i conti, dunque, l’aumento complessivo del prezzo del diesel dipende al 90% dalla crisi nel Golfo e al 10% dagli attacchi ucraini».
Il gasolio russo
Ma c’entra anche il conflitto tra Russia e Ukraina, cominciato il 28 febbraio del 2022. E questo perché Kiev ha acquisito la capacità di bombardare le Russia e ha preso di mira infrastrutture strategiche come le raffinerie russe. Di conseguenza Mosca ha imposto lo stop all’export per tutelare i consumi interni. Riuscirà l’accordo tra Trump e Putin annunciato la sera di venerdì 9 ottobre a far scendere i prezzi? No, per due motivi. Il primo sono le quantità. La Russia esporterà sui mercati globali poche tonnellate rispetto ai consumi. Il pacchetto oggetto dell’accordo vale 1,8 milioni di tonnellate in un arco di 4 mesi e in quel periodo il mondo ne consuma 120 milioni. Dunque quantità non sufficienti a influire incisivamente sui prezzi. E poi l’Europa non avrà accesso perché – come ha dichiarato Kaja Kallas, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza – la Ue manterrà e non sospenderà, come hanno fatto gli Stati Uniti, l’embargo a petrolio e prodotti russi scattato nel 2022.
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