#Finsubito news – Dalle campagne alle piazze, agricoltura in crisi. Coalizione Civica: “Le parole non bastano più”


Di fronte a un Paese che protesta, non sono più ammessi silenzi né indifferenza. Quando agricoltori, lavoratori e imprese scendono in piazza per chiedere risposte, significa che qualcosa non sta funzionando e che la politica non può più fingere di non vedere.

Dopo le difficoltà del comparto vitivinicolo, anche il settore olivicolo è alle prese con prezzi che mettono a dura prova la redditività delle aziende agricole. Chi coltiva la terra sostiene i costi, affronta i rischi legati al clima e al mercato e investe nel lavoro e nella qualità, ma spesso si ritrova a vendere il proprio prodotto a prezzi che non garantiscono un guadagno adeguato. Quanto può resistere un’agricoltura schiacciata tra prezzi di vendita insufficienti e costi di produzione sempre più pesanti? A rendere tutto più difficile c’è anche il caro gasolio, che incide sulle lavorazioni, sui trasporti e sulla gestione quotidiana delle aziende. Di fronte a questi rincari, le risposte della destra al Governo continuano a essere del tutto insufficienti rispetto alle difficoltà di chi produce e lavora. Non bastano gli annunci se, alla fine, il conto continua a ricadere sulle imprese e sulle famiglie.

Proprio sul costo dei carburanti si sarebbe potuta aprire una riflessione più coraggiosa, valutando una riduzione strutturale delle accise. Oggi, infatti, l’IVA viene calcolata anche sulle accise comprese nel prezzo del carburante. In altre parole, si paga un’imposta anche su un’altra imposta, con un ulteriore aggravio sul costo finale. Una riduzione delle accise avrebbe potuto alleggerire il prezzo alla pompa e ridurre anche la componente IVA. Una misura da studiare con attenzione, individuando coperture sostenibili, ma che avrebbe potuto offrire un sollievo concreto non soltanto agli agricoltori e agli autotrasportatori, ma anche alle famiglie e alle imprese che ogni giorno devono fare i conti con i costi dei trasporti. Per le eccedenze di uva da vino occorre valutare soluzioni concrete. La distillazione di emergenza può essere uno strumento utile nei momenti di crisi, ma non può diventare la risposta abituale a un problema di mercato. Bisogna studiare anche nuovi sbocchi industriali, dalla produzione di succhi d’uva puri o miscelati con altri frutti all’impiego degli zuccheri d’uva in miscela con il saccarosio comune, in percentuali da definire. Sono possibilità da verificare sul piano tecnico ed economico, ma meritano attenzione se possono contribuire a dare valore alle eccedenze e a sostenere il reddito dei viticoltori.

C’è poi il tema del valore delle nostre produzioni. Non basta celebrare qualità, tipicità e denominazioni se una bottiglia di vino DOC o IGP arriva sugli scaffali a 2,50 o 3 euro. Quel prezzo, da solo, non ci dice quanto sia stato pagato il produttore, ma pone una domanda legittima sul valore che il mercato riconosce a una filiera fatta di lavoro, controlli e investimenti. Le denominazioni non possono ridursi a una scritta in etichetta. Anche sul fronte dell’olio la situazione richiede attenzione. Nel 2025 l’Italia ha importato ingenti quantitativi di olio d’oliva dall’estero. Tra i principali Paesi di provenienza figurano Spagna, Grecia, Tunisia e Portogallo, con la Spagna nettamente al primo posto. Le importazioni rispondono anche alle esigenze dell’industria e del commercio, ma l’arrivo di grandi quantità di prodotto estero può influenzare gli equilibri del mercato e la capacità dei produttori italiani di ottenere prezzi remunerativi. Non è l’unico fattore in gioco, ma non può essere ignorato, soprattutto quando le aziende devono fare i conti con costi elevati e margini sempre più ridotti.

Occorre rafforzare le organizzazioni dei produttori, aggregare l’offerta, favorire accordi commerciali stabili, condividere i costi di stoccaggio e confezionamento e sostenere le aziende nei momenti più difficili. Serve, inoltre, un confronto permanente tra agricoltori, cantine, frantoi, associazioni di categoria e istituzioni, capace di trasformare le esigenze del settore in proposte concrete da portare alla Regione e al Governo. Non l’ennesimo tavolo di circostanza, ma un percorso con obiettivi verificabili e impegni precisi. In questo quadro si inserisce anche il valore delle mobilitazioni che stanno attraversando il Paese. Le proteste degli agricoltori e degli autotrasportatori, le rivendicazioni degli operai e le manifestazioni degli studenti esprimono problemi apparentemente diversi, ma riportano al centro questioni comuni come il costo della vita, la dignità del lavoro e la mancanza di prospettive. Non si può liquidare tutto come una somma di proteste isolate. Quando categorie così diverse sentono il bisogno di farsi ascoltare, la politica dovrebbe interrogarsi sulle ragioni di un malcontento che non può essere risolto con gli slogan.

Dopo quattro anni di Governo Meloni, è legittimo chiedersi se le politiche adottate siano state sufficienti a proteggere il potere d’acquisto e a garantire condizioni sostenibili a chi lavora e produce. Per chi guarda alle difficoltà quotidiane delle imprese agricole, degli operai e delle famiglie, il crescente malcontento rappresenta una bocciatura che la destra al Governo sembra non voler prendere in considerazione. Non basta dichiararsi dalla parte del lavoro e delle imprese, bisogna dimostrarlo con risultati concreti. L’agricoltura non può essere celebrata soltanto quando si parla astrattamente di Made in Italy. Deve essere difesa quando si tratta di garantire un reddito dignitoso a chi lavora la terra. Perché senza aziende agricole in grado di stare sul mercato, non ci sono filiere da valorizzare né giovani da convincere a investire il proprio futuro in questo settore.

Le eccellenze italiane non si difendono solo a parole, ma garantendo un reddito dignitoso a chi lavora la terra. E non possiamo pretendere che chi lavora continui a sopportare tutto in silenzio. Le proteste che attraversano il Paese non possono essere liquidate o ignorate. Un malcontento che parte anche dal Mezzogiorno e coinvolge categorie diverse, dagli agricoltori agli operai, dagli autotrasportatori agli studenti, è un segnale chiaro che la politica ha il dovere di ascoltare. Perché quando le difficoltà di chi lavora e produce diventano così diffuse, non basta chiedere pazienza. È il momento di dare risposte e assumersi le proprie responsabilità.

Michele Napoletano – attivista di Coalizione Civica, il consigliere Carmine Doronzo e la consigliera Michela Diviccaro


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