#Finsubito news – Marcello Brambilla racconta il fenomeno delle scommesse – Foto 1 di 5


Il gioco d’azzardo si fa risalire al terzo millennio avanti Cristo, nella forma del “senet” e successivamente in quella dei dadi, gioco che impazzò nella Grecia e poi a Roma. Negli anni si è ramificato come un albero secolare, assumendo aspetti e tipologie di una certa complessità. Alla radice però c’è sempre l’antico e insidioso fascino dell’arricchirsi senza fatica. In verità non v’è giocatore abituale che si sia davvero arricchito, perché i successi possono esserci ma sono effimeri, fuochi fatui. Del gioco, ma non solo di esso, abbiamo il piacere di parlare con Marcello Brambilla, voce autorevolissima ma… dall’altra parte della barricata, perché lui è stato a lungo titolare dell’agenzia Snai delle scommesse sportive, ereditando altresì dal papà Vittorio quella delle scommesse ippiche.

Partiamo dal giugno del 1998, quando lo stato fa il grande passo legalizzando le scommesse sportive e gestendole con AAMS, eliminando o quantomeno ridimensionando in misura notevole il fenomeno del “toto nero”.

«Sì, è proprio quella la data in cui si decide di legalizzare le scommesse sportive e di affidarne in prova la gestione a reti già esistenti. Il mio papà dal 1966 era titolare dell’agenzia ippica di Frosinone e di buon grado accettò questa espansione dell’attività alle scommesse sugli altri sport, in primis il calcio».

Facciamo un piccolo passo indietro. Puoi raccontarci cosa fosse in concreto l’agenzia di scommesse ippiche?
«Avete presente il film “Febbre da cavallo? Ebbene quei personaggi, che sembrano caricature o comunque finzioni cinematografiche, esistono davvero. Con i miei familiari mentre scorrevano le immagini di quel celebre film ci veniva naturale proporre accostamenti con soggetti che abitualmente frequentavano la nostra agenzia. Io ho cominciato ad aiutare mio padre quando le scommesse ippiche hanno avuto un processo di meccanizzazione, perché per tanti anni le giocate si scrivevano a penna. Dal momento che lui non era un drago con la tecnologia, per ovvi motivi generazionali, entrai a far parte anch’io della “squadra“ e conobbi in modo più dettagliato questo mondo particolare».

Che ricordi hai in particolare del gioco e dei giocatori?
«I giocatori dell’ippica, nel gergo “cavallari”, erano piuttosto bruschi nei modi e spesso iniziavano la giornata già col broncio e comunque scontenti, probabilmente consapevoli del fatto che a fine giornata avrebbero avuto meno soldi in tasca e tanti rimpianti in più».

In qualche misura però il gioco rappresenta un perfetto esempio di democrazia. Ci spieghi perchè?
«È presto detto. Quando si entra in un’agenzia di scommesse ippiche non c’è dirigente, imprenditore o comunque figura di spicco nel contesto sociale che non sia, in sala, un pari grado di ogni altro avventore. Lì sono tutti giocatori, come se si trattasse di una famiglia allargata, certamente un po’ singolare. Però vi assicuro che i ruoli e con essi le distanze svaniscono».

C’è voluto del tempo per formarsi una clientela a Frosinone?
«Abbastanza. Pensate che inizialmente andavano da mio padre a chiedere i finimenti dei cavalli, perché proprio non si sapeva cosa fosse un’agenzia di scommesse ippiche».

Torniamo al ’98. La tipologia dei giocatori di scommesse sportive era diversa da quella dei “cavallari”?
«Molto diversa, certamente. In massima parte erano appassionati di calcio, perché inizialmente lo sport su cui si puntava era soprattutto quello, meno “dipendenti”, più sereni e distesi come atteggiamento. Sovente venivano a giocare con le fidanzate e soprattutto la loro presenza in sala era limitata a pochi minuti, a differenza dei giocatori dei cavalli».

Le scommesse si espandono rapidamente per tipologia e anche per il numero degli sport coinvolti…
«Prima della legalizzazione il “picchetto” era in mano agli allibratori clandestini. Per assestare un colpo decisivo a questo fenomeno si pensò di allargare anche la tipologia della giocata, per non concedere vantaggi ai “malavitosi”. I clienti cominciavano a giocare cose diverse dal semplice risultato finale e allargavano anche le giocate a basket, tennis ed altre discipline sportive. Si formò un piccolo esercito di giocatori, che in comune con quelli dell’ippica aveva solo l’illusione di poter guadagnare attraverso il gioco».

Nel 2000 c’è un bando vero e proprio e la tua famiglia lo vince, prendendo anche i punti Snai di Anagni e Alatri…
«Sì, quello è stato il momento d’oro delle scommesse sportive. Poi, con il decreto Bersani che concesse i cosiddetti “corner” anche a bar e addirittura a negozi di abbigliamento è pian piano scomparsa la figura del professionista, con le scommesse online che hanno fatto il resto».

Ricordi particolari di quegli anni?
«Mi viene da dirti che la cosa più suggestiva era la reazione di certi giocatori a una “rottura” in dirittura di un cavallo giocato: una volta uno sfortunato giocatore diede una testata al muro, un altro manifestò il proprio disappunto prendendosela con una slot. Erano a metà tra il suggestivo e il drammatico».

Ma la vita non può considerarsi una grande scommessa su noi stessi e sulle nostre capacità?
«Senza dubbio. E quella è la sola scommessa che io mi sia sentito di fare».

Tu eri il “banco”, ma la tentazione di diventar giocatore non ti ha mai sfiorato?
«Noi di famiglia eravamo l’opposto degli scommettitori. Non siamo mai stati coinvolti e mio padre mi ha educato a stare lontano dal gioco. Perciò sempre dall’altra parte della barricata. Ed è molto importante questo, per fare questo mestiere nel modo più professionale».

Fedor Dostoevskji, autore de “Il Giocatore” ma anche Puskin (“La donna di picche”) erano grandi giocatori oltrechè scrittori di fama. C’è qualcosa di romantico nel gioco, un aspetto che prescinde dal guadagno e dal denaro stesso?
«Personalmente non ho avuto modo di vedere questo aspetto romantico nei miei giocatori abituali. Se ce l’avevano, l’hanno nascosto bene».

Veniamo alla pericolosità del vostro mestiere. Avete subito rapine?
«Subimmo tre rapine. La più importante fu ai danni dell’agenzia ippica nell’86. Erano gli anni
di piombo, le rapine erano frequenti e quello era un luogo dove i soldi giravano. In tre banditi entrarono, chiusero la serranda e
ripulirono tutto. Il vero momento di terrore fu quando dopo essere usciti tornarono indietro.
Era soltanto per prendere un borsello, ma mio padre e gli impiegati per un attimo pensarono al peggio».

Tu hai mai avuto paura?
«Sinceramente no. Non eravamo blindati e nel ripensarci adesso mi vengono un po’ di brividi, ma la paura non era un sentimento che provavo abitualmente quando ero al lavoro agli sportelli dell’agenzia».

Sappiamo che hai tante doti, come artista e come sportivo, anche se non hai mai fatto di professione né il cantante, né l’atleta…
«Io sono piuttosto eclettico. Mi piace fare tante cose ed il risultato è che non ne faccio nessuna in modo perfetto. La mia vena artistica mi avrebbe in verità portato a far studi diversi da quelli classici, ma ormai è tardi e indietro non si torna. Ho fatto per tanti anni il cantante di piano bar, ho anche inciso dei brani, all’interno di una compilation prodotta da Pupo nell’ormai lontano 1995. In ogni caso quando la musica ce l’hai nell’anima, ti fa sempre compagnia e ti rende la vita più bella. E questo prescinde dalla popolarità».

Sei anche un bravo tennista. Anche in questo campo forse potevi fare di più?
Fermo restando che nemmeno allenandomi 10 ore al giorno sarei stato Sinner e neppure… Arnaldi, vale lo stesso discorso anche per le discipline sportive. Ho praticato lo sci, con buoni riscontri ma senza esasperare il lato agonistico, e poi da mio padre, ottimo giocatore e più volte campione provinciale, ho ereditato la passione del tennis. Anche qui buona attitudine, mi sento di poter dire, ma i predestinati sono altra cosa».

Sappiamo che sei anche un motociclista appassionato…
«Sì, ho sempre avuto una grande passione per le moto e per ciò che c’è intorno a un’uscita in moto: la natura in primis. Sai, devo dirti che quando sei molto giovane non ti soffermi su certi spettacoli. In un’età più matura certe meraviglie che ci regalano il mare e la montagna sono invece di maggiore impatto. Ecco, cerco di vivere la natura, il mondo e le emozioni in tutta la loro pienezza».

Da titolare di un’agenzia di scommesse avrai assistito a rituali, formule portafortuna e altre amenità consimili. Nemmeno in questo ti sei fatto contagiare?
«Direi proprio di no. Non sono il tipo che scende dal letto sempre con lo stesso piede, che ha un numero o un colore portafortuna eccetera. Ritengo che non esista modo di condizionare gli eventi diverso da quello di impegnarsi e lavorare, gli amuleti e le formule alchemiche fanno parte del folklore».

Quale valore fondamentale vuoi trasferire ai tuoi figli?
«Ai miei figli vorrei trasmettere il rispetto per gli altri, il valore dell’amicizia, il non aver paura di mettere in discussione se stessi e le proprie idee. E soprattutto il mio messaggio è: amate sempre con tutta la forza di cui disponete».


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link

Source link

🚀 #Finsubito | Gruppo Retefin

Affianchiamo imprese e professionisti in tutta Italia nell’accesso alle migliori opportunità di Finanza d’Impresa, Finanza Agevolata, Sostenibilità e Compliance. 🇮🇹

💼 Operiamo esclusivamente attraverso mediatori e operatori autorizzati, offrendo un servizio professionale, trasparente e orientato alle reali esigenze della tua impresa.

✨ Consulenza gratuita e zero costi di istruttoria: analizziamo la situazione della tua azienda, individuiamo le opportunità più adatte e ti supportiamo nella valorizzazione del tuo profilo finanziario e aziendale nei confronti di banche e partner.

📈 Dalla diagnosi iniziale alla strategia finanziaria, siamo al tuo fianco per trasformare le esigenze della tua impresa in concrete opportunità di crescita, investimento e sviluppo.

🔎 Scopri come possiamo supportare la tua impresa. 👉 Contattaci per una prima valutazione.

เติมเกม