Bastano due date del calendario agricolo, anticipate di settimane e a volte di mesi, per capire che cosa intendesse il climatologo quando ha parlato di un Abruzzo fragile. Le abbiamo inseguite dentro le vigne e gli uliveti di quest’anno, fino alle carte della Regione e alle norme che aprono la strada alla donazione del cibo invenduto.
Avvertenza: le osservazioni su vendemmia e olive sono quelle esposte da Di Carlo durante l’incontro. Dove i bollettini agricoli raccontano un’annata diversa da zona a zona, lo scriviamo accanto.
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Giovedì 15 ottobre, ore 10:30, aula magna del De Cecco
La ricorrenza mondiale cade il 16 ottobre e Pescara ha scelto di muoversi un giorno prima. Alle 10:30 di giovedì 15 l’aula magna dell’istituto di istruzione superiore F. De Cecco, l’alberghiero della città, era piena di ragazzi: quelli della scuola e quelli arrivati dal liceo Marconi. A fare gli onori di casa c’era la dirigente Alessandra Di Pietro, con accanto, per il Comune, la vicepresidente del Consiglio comunale Giuseppina D’Angelo e il vicesindaco Gianni Santilli, che in giunta ha anche la delega alla pubblica istruzione.
Il programma diffuso dal Comune di Pescara nei giorni precedenti aveva dato all’intervento di Di Carlo un titolo che non lasciava spazio a equivoci, la crisi climatica che cambia ciò che mangiamo, fino al gusto e alla qualità nutrizionale. Dopo di lui avrebbe preso la parola Piergiorgio Mincarelli, della Young Caritas di Pescara-Penne, con una relazione intitolata Il cibo è dignità e giustizia. Le frasi del climatologo che riportiamo in queste righe coincidono con quelle diffuse sabato dall’ANSA.
Il Montepulciano che passa davanti al Trebbiano
Il passaggio che ha fatto alzare più teste riguarda il vino. Per Di Carlo quella vendemmia rovesciata è la prova di un caldo che anticipa fioriture e maturazione su vite e olivo, le due colture che in Abruzzo disegnano il paesaggio delle colline.
Per capire perché la scena colpisce bisogna tornare all’inizio dell’estate, quando la vendemmia abruzzese 2026 è partita il 3 agosto con Pecorino e Chardonnay, circa dieci giorni prima della media degli ultimi anni. La Cia Chieti-Pescara aveva motivato l’anticipo con il bisogno di salvare freschezza e acidità, prima che il caldo prolungato caricasse gli acini di zuccheri e alzasse il grado alcolico dei vini; Trebbiano e Montepulciano d’Abruzzo, entrambi a maturazione tardiva, restavano intanto sulla pianta, con l’incognita di una pioggia che non arrivava.
Sul territorio, però, l’annata è andata a macchia di leopardo. Il 24 agosto la stessa organizzazione segnalava Pecorino e Trebbiano già in raccolta in diverse aree, con il Montepulciano ancora appeso ai tralci. L’inversione citata in aula fotografa una delle tante situazioni nate da un’estate che ha rimescolato i tempi da una vigna all’altra. Chi lavora tra i filari lo sa bene: quest’anno la data della raccolta l’ha dettata lo stato di ogni singola parcella più ancora del nome del vitigno.
Quando il colore dell’oliva inganna
Sull’olivo il climatologo ha scelto un riferimento che chiunque abbia un uliveto di famiglia riconosce al volo: fino a una decina di anni fa si raccoglieva tra novembre e dicembre, quest’anno in molti terreni le olive erano pronte già a settembre.
Dietro quel settembre c’è anche una cautela, scritta nel bollettino regionale di difesa integrata dell’olivo del 24 settembre: i tecnici della Regione Abruzzo invitavano a non fidarsi del solo viraggio della buccia: a volte il cambio di colore nasceva dallo stress idrico, con la polpa ancora lontana dalla maturazione, mentre in altri casi era stato proprio il caldo estremo a frenarlo. Gli indizi affidabili, scrivevano, sono la durezza della polpa e la forza con cui il frutto si stacca dal peduncolo. In quei giorni la Cucco mostrava le prime drupe invaiate, l’Intosso restava in gran parte verde.
Per gli oliveti in sofferenza la raccomandazione era di anticipare la raccolta, così da non perdere frutti a terra con la cascola e da evitare un’ulteriore disidratazione; dove nella settimana erano caduti almeno 10 millimetri di pioggia si poteva invece aspettare, con una resa in olio più generosa. Il settembre delle olive nasce così da due spinte che si sommano, il caldo che accelera il ciclo e la sete che costringe a raccogliere prima di perdere il prodotto.
C’è anche chi ha scelto di attendere. All’inizio di ottobre il presidente della Coldiretti Pescara, Giuseppe Scorrano, diceva a Il Centro di preferire qualche settimana in più nell’area dell’Aprutino pescarese, per guadagnare in lavorazione e gusto dell’olio.
Acqua tutta insieme, poi mesi a secco
L’altro sintomo di cui ha parlato Di Carlo riguarda la pioggia, che arriva sempre più concentrata in pochi giorni e in episodi violenti che danneggiano le colture. Per una vite o un olivo in collina la partita si gioca nel suolo: un rovescio di pochi minuti scorre in buona parte verso valle, una pioggia distesa ha il tempo di infiltrarsi. La rete scientifica MedECC, centinaia di scienziati di decine di Paesi, ha dato a questo andamento un nome che resta in testa, paradosso mediterraneo: estati sempre più avare d’acqua, mentre autunno e inverno portano piogge più forti e alluvioni più frequenti.
Poi, quest’anno, è arrivata la sete. A fine agosto la Coldiretti contava oltre 120 giorni senza pioggia in provincia di Chieti, dove si concentrano circa tre quarti dei vigneti abruzzesi e dove molte vigne non hanno impianti irrigui. Lo stesso allarme si ritrova nelle cronache di ChietiToday, insieme alla richiesta dell’organizzazione di accelerare il piano invasi messo a punto con l’ANBI: una rete di bacini piccoli e medi capace di trattenere l’acqua quando cade per restituirla quando serve.
Settembre non ha rimesso le cose a posto. Il mese si è chiuso come il quarto settembre più caldo della serie abruzzese iniziata nel 1974, con piogge oltre il 40% sotto la norma 1991-2020; nelle stesse settimane l’Abruzzo ha contato tredici giornate ancora estive, con massime sopra i 25 gradi, proprio mentre uva e olive vivevano gli ultimi giorni di maturazione.
Meno uva per ettaro, cantine ancora piene
Il 2026 ha messo la viticoltura abruzzese davanti a una contraddizione. In piena estate, con la siccità che già toglieva peso agli acini, la Giunta regionale ha approvato su proposta del Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo un taglio delle rese: per il Montepulciano d’Abruzzo DOC il massimo per ettaro scende da 150 a 135 quintali, di cui 110 rivendicabili subito e 25 trattenuti come riserva vendemmiale, bloccati fino al 30 giugno 2028. Per il Pecorino delle indicazioni geografiche Terre d’Abruzzo e Terre Abruzzesi il tetto rivendicabile è di 140 quintali; la parte che va oltre, fino a 220 quintali, resta in stoccaggio sino al 30 settembre 2027.
Dietro quella decisione ci sono le cantine piene: al 31 maggio 2026 vi restavano 1.084.336 ettolitri di Montepulciano d’Abruzzo DOC, una cifra messa in fila anche da Askanews. La Giunta ha invece rinviato la proposta del Consorzio di sospendere per tre anni le nuove iscrizioni di vigneti di Montepulciano d’Abruzzo e delle IGT regionali, affidandola a un tavolo di concertazione annunciato per settembre.
Ne esce un’annata in cui clima e mercato tirano dalla stessa parte, verso meno uva. Le organizzazioni agricole la guardano da angoli opposti: la Coldiretti spera che il calo produttivo riequilibri il mercato e riporti su le quotazioni, la Cia teme di produrre meno con costi più alti e senza alcuna garanzia di una remunerazione migliore.
Perché il vino potrebbe migrare verso nord
«Se continua l’aumento delle temperature e non interveniamo, la produzione vinicola si sposterà verso il Nord Europa», ha avvertito Di Carlo. Alle spalle di quella frase c’è una rassegna di oltre 250 pubblicazioni dell’ultimo ventennio, firmata da Cornelis van Leeuwen e uscita nel marzo 2024 su Nature Reviews Earth & Environment: con un riscaldamento globale oltre i 2 °C, circa il 90% delle aree viticole tradizionali di costa e di pianura di Spagna, Italia, Grecia e California meridionale rischia di non riuscire più, entro fine secolo, a produrre vino di qualità in condizioni che reggano sul piano economico.
L’INRAE, l’istituto francese di ricerca agronomica che ha firmato il lavoro insieme alle università di Bordeaux e di Borgogna, ricorda che nella maggior parte dei vigneti si vendemmia già due o tre settimane prima di quarant’anni fa. A guadagnare terreno sarebbero il nord della Francia e la Tasmania, gli Stati di Washington e dell’Oregon, la Columbia Britannica… e nuove aree del vino potrebbero nascere perfino in Danimarca.
Sotto la soglia dei 2 °C, scrivono gli autori, i vigneti possono reggere con varietà e portainnesti più resistenti alla siccità e con una conduzione del vigneto che conservi l’acqua nel suolo, fatta di impianti meno fitti e di difese contro l’erosione. Sull’Abruzzo pesa la geografia: la MedECC stima che il bacino del Mediterraneo si stia scaldando circa il 20% più in fretta della media globale, una velocità che lo colloca tra gli hotspot climatici del pianeta.
Il cibo cambia anche dentro il chicco
Il titolo dell’intervento parlava anche di qualità nutrizionale, forse il lato meno visibile di tutta la faccenda. Nel 2014 un gruppo guidato da Samuel Myers, della Harvard School of Public Health, ha pubblicato su Nature i risultati di esperimenti in pieno campo condotti su tre continenti: grano e riso, insieme a soia e piselli, cresciuti con circa 550 parti per milione di CO2, la concentrazione attesa verso metà secolo, contenevano meno zinco e ferro. Nel grano sono scese anche le proteine, del 6,3%.
Mais e sorgo hanno risentito meno, come prevede la loro fisiologia: concentrano la CO2 dentro le cellule per la fotosintesi e reagiscono poco alle variazioni esterne. Per misurare il peso della scoperta basta guardare chi dipende da quei nutrienti: secondo le stime riportate dagli autori, circa due miliardi di persone soffrivano già di carenze di zinco e ferro.
Nove piante su seimila
Il numero che il climatologo ha lasciato agli studenti arriva dal primo rapporto FAO sullo stato della biodiversità per l’alimentazione e l’agricoltura, pubblicato nel febbraio 2019 con le informazioni di 91 Paesi. Delle circa 6.000 specie vegetali messe a coltura per nutrirsi nel corso della storia, oggi nove valgono da sole il 66% della produzione agricola mondiale.
La cifra riguarda le colture, mentre allevamenti e pesca hanno conteggi a parte: chi la ripete come quota di tutto il cibo prodotto la allarga oltre il suo perimetro. Di Carlo la lega alle piantagioni intensive e alle emissioni di CO2 che si portano dietro. Da lì nasce il suo invito a sostenere produzioni autoctone e stagionali, che in Abruzzo hanno nomi familiari a chiunque, uve come Montepulciano e Pecorino, olive come Dritta e Intosso.
Chilometro zero, la misura fissata per legge
Il «famoso Km0» invocato in aula ha un significato fissato nero su bianco. La legge 17 maggio 2022, n. 61, in vigore dal 26 giugno di quell’anno, qualifica come prodotti a chilometro zero quelli che arrivano da luoghi di produzione e trasformazione entro 70 chilometri di raggio dal punto vendita, oppure dalla stessa provincia; per il pesce fresco conta la distanza dal punto di sbarco. La filiera corta segue un’altra regola, perché tra chi produce e chi compra c’è al massimo un intermediario, mentre le cooperative agricole non contano come tali.
La stessa legge impone ai Comuni di riservare almeno il 30% delle aree dei mercati agli agricoltori e ai pescatori che vendono in proprio questi prodotti e affida a un decreto ministeriale due loghi, «chilometro zero» e «filiera corta», da esporre nei punti vendita e mai sulle confezioni. Chi usa quelle diciture senza averne i requisiti rischia di pagare da 1.600 a 9.500 euro, con i controlli affidati alle Regioni. Per chi fa la spesa il risvolto è immediato: un cartello «km 0» dichiara una provenienza entro settanta chilometri o dentro la provincia, un’origine che si può chiedere di vedere documentata.
Dalla mensa Caritas alla legge Gadda
Mincarelli ha portato in aula la parte più ruvida del tema. Ha legato l’alimentazione all’educazione, poi ha ricordato le famiglie italiane che faticano a fare la spesa e il lavoro degli Empori Caritas, dove arrivano alimenti ancora buoni anche grazie al recupero delle eccedenze. Alla mensa della Caritas diocesana, aveva detto il direttore Corrado De Dominicis presentando la giornata, si servono 150 pasti a pranzo e altrettanti a cena.
Quel recupero poggia sulla legge 19 agosto 2016, n. 166, in vigore dal 14 settembre 2016 e conosciuta come legge Gadda. Gli operatori del settore alimentare, dai produttori ai ristoratori, possono cedere gratuitamente le eccedenze a enti pubblici e del terzo settore, che le destinano anzitutto alle persone indigenti. La cessione è lecita anche oltre il termine minimo di conservazione, purché l’imballaggio primario sia integro e il prodotto sia stato conservato nelle condizioni giuste. Pane e prodotti da forno rimasti invenduti nelle ventiquattro ore successive alla produzione si possono donare anch’essi.
Per chi ha un negozio la legge toglie di mezzo anche un ostacolo fiscale. La merce regalata a questi enti non si presume venduta ai fini IVA, purché ogni cessione viaggi con un documento di trasporto e il donatore invii una comunicazione mensile all’amministrazione finanziaria, un obbligo che non scatta per i prodotti facilmente deperibili né per le singole cessioni fino a 15.000 euro. All’articolo 17 c’è poi una leva che spetta ai Comuni, la facoltà di applicare uno sconto sulla tassa sui rifiuti alle attività che donano, in proporzione alle quantità certificate.
Mense e avanzi al ristorante: gli articoli che parlano a chi studia ai fornelli
Per una platea di futuri cuochi e addetti di sala la legge Gadda contiene articoli che sembrano scritti apposta per il loro mestiere. L’articolo 9 chiama il ministero dell’Ambiente a campagne contro i rifiuti alimentari, con un occhio alle abitudini grazie alle quali i clienti dei ristoranti portano a casa i propri avanzi; le Regioni, dal canto loro, possono stringere accordi per dotare i locali di contenitori riutilizzabili fatti di materiale riciclabile.
L’articolo 10 affida al ministero della Salute le linee di indirizzo per chi conduce mense scolastiche, aziendali, ospedaliere, sociali e di comunità, così che lo spreco venga prevenuto già nel momento in cui il cibo arriva nei piatti. E nello stesso articolo 9 c’è un capoverso rivolto al ministero dell’Istruzione, che ha il compito di portare nelle scuole lezioni di educazione alimentare e contro lo spreco: la mattinata del De Cecco si muove dentro quel solco.
Una mostra della FAO in arrivo al De Cecco
Alla dirigente Di Pietro è toccato ricordare che il cibo è cultura oltre che nutrimento: garantirlo a tutti, ha detto, è una questione di dignità. Santilli e D’Angelo hanno insistito sulle disuguaglianze alimentari e sulla responsabilità collettiva. Dall’intervento della vicepresidente del Consiglio comunale è arrivato l’annuncio che tocca più da vicino la scuola: una mostra sui progetti della FAO sarà allestita negli spazi dell’istituto.
Il calendario cittadino aveva in agenda anche una seconda tappa, sabato 17 ottobre al Palasport Giovanni Paolo II, con il Torneo della solidarietà: le squadre del Comune in campo contro la Nazionale italiana suore e la Nazionale dei sacerdoti, le offerte raccolte destinate alla mensa della Caritas diocesana Pescara-Penne.
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